COVID-19 infligge un colpo fatale al fast fashion
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COVID-19 infligge un colpo fatale al fast fashion

 

Le conseguenze del coronavirus si fanno sentire ormai in tutte le aree della società, con risvolti differenti e che si propagano a livello mondiale. Tra questi, il fast fashion ha visto un aggravarsi del declino che stava vivendo negli ultimi tempi in termini di attrattività, argomento affrontato anche nelle lezioni della MKS Milano Fashion School con gli studenti di Fashion Design. La chiusura forzata dei negozi ha portato a un ulteriore rallentamento nelle vendite e le prospettive per la riapertura sono tutt’altro che rosee, considerando che le modalità di accesso ai negozi e di acquisto saranno completamente diverse rispetto a quelle del passato.

 Anche due colossi della moda veloce come H&M e Zara sono stati travolti dalla tempesta in corso, che è andata a peggiorare una situazione in discesa dal 2015, stando al giornale statunitense Quartz. A Milano, è stata di recente data notizia dell’annuncio di H&M ai sindacati riguardo alla chiusura del negozio in corso Buenos Aires e di quello in via Torino, cosa che ha portato 70 lavoratori alla disoccupazione. In generale, a marzo si è registrato un crollo del 46% nelle vendite della catena svedese a seguito della chiusura del 70% dei suoi negozi in tutto il mondo. Anche Inditex, di cui fa parte Zara, ha dovuto chiudere la metà dei suoi negozi su scala globale, annunciando a metà marzo che le vendite nel primo trimestre del 2020 avevano subito un forte impatto a causa del COVID-19. La multinazionale giapponese Fast Retailing, di cui Uniqlo è la società controllata principale, ha previsto poi un calo dell’8,8% nelle vendite globali in questo periodo.

A questo punto, tra gli esperti del settore la questione principale diventa capire quali misure adottare per contenere i danni più importanti. Di certo, sarà necessario cambiare le politiche che hanno seguito fino ad ora, in quanto non saranno più applicabili allo stesso modo. Secondo la specialista di moda e distribuzione Céline Choain di Kea & Partners, ci aspetta un “cambiamento di modello” dal punto di vista economico, caratterizzato soprattutto da un “de-consumo d’abbigliamento, costretto o subito” e una “perdita reale di potere d'acquisto con una recessione ormai ufficiale”.

Inoltre, il mese scorso la società finanziaria UBS ha rilasciato uno studio che ha destato molta preoccupazione, avendo indicato i rivenditori europei – tra cui H&M, Inditex e Dunelm - come i soggetti più esposti alle ripercussioni della pandemia. Per elaborare la nota di ricerca, UBS ha analizzato i dati relativi alle vendite e ai prodotti fabbricati in Cina, dove l’epidemia ha provocato la chiusura delle industrie o lo svolgimento delle attività a capacità ridotta.

Tutto questo rappresenta un grosso problema soprattutto per i produttori dell’abbigliamento alla base del fast fashion, visto che la Cina è uno dei principali fornitori della materia prima necessaria. Sono proprio i lavoratori del Sud-Est asiatico, dove le fabbriche hanno perso miliardi di dollari a causa dell’annullamento delle commesse da parte dei grossi marchi e distributori, a pagare il prezzo più alto dal punto di vista economico. Si tratta, infatti, di Paesi con condizioni economiche, di welfare sociale e tutela dei lavoratori più deboli e meno strutturate di quelle occidentali. India, Myanmar, Bangladesh, Indonesia, Cambogia, Filippine: Paesi che alimentano il fast-fashion con la loro produzione tessile e che sono stati investiti da tre ondate che ne hanno intaccato i ritmi, come evidenziato da “Valori”, testata specializzata in economia sostenibile.

La prima ondata coincide con la comparsa del virus in Cina, la quale ha dovuto arrestare l’esportazione delle materie prime utilizzate dai produttori situati nel Sud e nel Sud-Est asiatico. Questi ultimi si sono quindi visti costretti a chiudere le fabbriche, lasciando a casa i lavoratori senza stipendio da un giorno all’altro. A causa della seconda ondata, coincidente con la diffusione del virus in Europa e negli Stati Uniti, gli ordini in corso sono stati cancellati, senza che le compagnie li pagassero o ne effettuassero altri, e i fornitori hanno dovuto chiudere nuovamente gli impianti, andando a peggiorare la situazione degli operai. La propagazione del contagio nei Paesi produttori stessi rappresenta infine la terza ondata, caratterizzata dalla chiusura degli stabilimenti in via precauzionale e dalle medesime conseguenze dei primi due casi per i lavoratori. C’è anche chi ha deciso di proseguire l’attività, mettendo però in pericolo la salute degli operai, costretti a lavorare nelle fabbriche affollate in condizioni precarie.

Le conseguenze negative della pandemia, che hanno colpito milioni di persone, sono spiegate nel dettaglio nel paper "Who will bail out the workers that make our clothes?” pubblicato dal Worker Rights Consortium. Questo testo permette di comprendere fino in fondo il ruolo che le multinazionali della moda statunitensi, europee e giapponesi giocano nel perpetrare condizioni di lavoro instabili nelle fabbriche tessili del Sud-Est asiatico. Il legame e l’interdipendenza tra queste due realtà è indiscutibile, ma al tempo stesso è innegabile il fatto che i grossi marchi traggono i maggiori vantaggi da questo rapporto grazie alle operazioni di delocalizzazione: il lavoro sottopagato abbassa i costi di produzione, consentendo più profitti e facendo leva sulla povertà che serpeggia tra la popolazione di questi Paesi per mantenere questo status quo. Il lavoro nell’industria tessile rappresenta l’unica fonte di sostentamento per circa 50 milioni di persone, di cui molte sono donne e che hanno stipendi troppo bassi per potersi permettere di metterne via una parte da utilizzare nei momenti di crisi.

È per questo motivo che si parla di asimmetria di potere nella filiera, come denunciato in un articolo dedicato al caso del Bangladesh intitolato “Abandoned? The Impact of Covid-19 on Workers and Businesses at the Bottom of Global Garment Supply Chains”. I produttori tessili si trovano, infatti, in una posizione estremamente vulnerabile, in quanto ricevono un compenso solo alla consegna e, a fronte di ordini cancellati o non pagati dalle aziende, rischiano di perdere ogni fonte di guadagno. Kadir Koushik, direttore e proprietario di ARK Pullover Limited con sede a Gazipur, racconta che a seguito delle chiusure in Europa e in America “sono stati cancellati oltre 1,4 miliardi di ordini di prodotti di abbigliamento del nostro Paese, il cui Pil si basa per l’80% sui capi di abbigliamento”, ribadendo che le ripercussioni più gravi si avvertiranno molto presto.

Fonti:
Corriere della SeraValori Fashion Network

 

 


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